L'Italia il talento lo forma — e lo forma bene. Quello che le riesce male è collocarlo.
Ogni anno il Paese sceglie chi mettere nei posti che contano per
nascita, appartenenza, anzianità e prossimità politica — non per competenza. È la stessa operazione vista da due lati: una persona giusta tenuta fuori e una persona sbagliata messa dentro.
Il danno si conta due volte, perché accade due volte.Meritocrazia non è un'arringa morale: è un
calcolo di efficienza. Attraversa nove contesti — concorsi pubblici, università, sanità, magistratura, partecipate, governance familiare, professioni, talento femminile, mobilità sociale — e a ciascuno presenta il conto,
con fonte e anno. Poi prova a fare la cosa che l'Italia non ha mai voluto fare:
sommarlo. E spiega perché non si può — e perché proprio questo lo rende più pesante, non più leggero.
Tre numeri:- 159,5 miliardi di capitale umano persi in emigrazione qualificata (2011-2024): il 7,5% del PIL.
- Cinque generazioni per risalire dal fondo, contro le due o tre della Danimarca.
- +5,9 / +8 punti di PIL dal solo pareggio dell'occupazione femminile — una sola delle nove voci.
Non una somma costruita a tavolino, ma una
banda di stime indipendenti — Banca d'Italia, CNEL, OCSE, FMI, Corte dei Conti — che convergono.