La morte di Ivàn Il’ìč - Si può vivere senza aver mai vissuto? #1010844

di Lev Tolstój

Bruno Osimo

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Un uomo rispettabile. Una vita esemplare. Una morte che smaschera tutto.
Ivàn Il'ìč Golovìn è un giudice stimato della Camera di giustizia, un marito e un padre esemplare, un funzionario che ha costruito la propria esistenza su ciò che la società considera giusto: carriera, decoro, convenienze. La sua vita è stata la più semplice e comune delle vite: ha studiato giurisprudenza, è entrato nell'amministrazione, ha scalato i gradini della Tabella dei ranghi, ha sposato una donna perbene, ha messo su casa, ha educato i figli. Una vita normale, ordinata, rispettabile. Una vita che, a un certo punto, comincia a incrinarsi.
Tutto ha inizio con una caduta. Ivàn Il'ìč, appena promosso a un incarico prestigioso, sta allestendo il nuovo appartamento con una cura maniacale: sceglie le tende, i mobili, la carta da parati, il rivestimento. Sale su una scaletta per mostrare a un tappezziere come vuole drappeggiare una tenda, mette un piede in fallo e batte il fianco contro la maniglia del telaio. Una botta insignificante, all'apparenza. Ma da quella botta comincia un male oscuro che nessun medico sa spiegare, un dolore sordo e insistente che si insinua nella vita di Ivàn Il'ìč e non lo lascia più.
Mentre il corpo si consuma e le certezze si sgretolano, mentre i medici si contraddicono e la moglie si stanca, mentre i colleghi cominciano a pensare al posto che si libererà, Ivàn Il'ìč si ritrova solo di fronte a una domanda che non aveva mai avuto il coraggio di porsi: ha davvero vissuto? O ha solo recitato la parte che tutti si aspettavano da lui?
Un capolavoro sulla vita, non sulla morte
Scritto nel 1886, dopo la crisi spirituale che aveva travolto Tolstoj e lo aveva allontanato dalla narrativa dei grandi romanzi, La morte di Ivàn Il'ìč è molto più di un racconto sulla fine. È una diagnosi impietosa delle nostre bugie quotidiane, una radiografia della piccola borghesia e dei suoi valori, una storia che parla di tutti noi e della paura di scoprire troppo tardi cosa significa esistere davvero.
Il titolo, con la sua enfasi sulla morte, può trarre in inganno. Il vero bersaglio di Tolstoj non è la morte, ma la vita: la vita di un uomo che ha sacrificato la propria autenticità sull'altare delle convenienze, che ha sostituito i sentimenti con le formalità, la verità con la menzogna, la spontaneità con il decoro. Ivàn Il'ìč è morto molto prima di ammalarsi. È morto nel momento in cui ha smesso di essere sé stesso per diventare ciò che la società si aspettava da lui.
La feroce critica della piccola borghesia
Tolstoj non ha alcuna indulgenza per il mondo che descrive. La Tabella dei ranghi istituita da Pëtr il Grande all'inizio del Settecento — quattordici livelli civili e militari che si corrispondono, in un tentativo di importare in Russia l'ordine osservato dal sovrano nei suoi viaggi in Europa occidentale — diventa, nel racconto, lo scheletro invisibile su cui si regge l'intera vita sociale. I personaggi si definiscono per il grado che occupano, per il posto che ambiscono, per l'avanzamento che sperano. La carriera è l'unico movente, l'unica misura del valore, l'unico scopo dell'esistenza.
La morte di Ivàn Il'ìč, prima ancora che un dramma esistenziale, è per i colleghi un'opportunità di carriera. «Ora, probabilmente, avrò il posto di Štàbel o di Vìnnikov», pensa Fëdor Vasìl'evič. E Pëtr Ivànovič vede nella morte dell'amico l'occasione per chiedere il trasferimento del cognato. La morte non suscita dolore, ma calcolo. Non provoca compassione, ma opportunismo. Questa è la piccola borghesia che Tolstoj mette a nudo: una classe di uomini e donne che hanno smesso di essere esseri umani per diventare funzionari, che hanno sostituito i sentimenti con le convenienze, la verità con la menzogna.
L'episodio della caduta è, in questo senso, esemplare. La malattia di Ivàn Il'ìč comincia con un oggetto di arredamento, nel momento stesso in cui il protagonista crede di aver raggiunto il culmine del proprio successo. La vita — quella vera, quella che conta — viene sacrificata sull'altare dell'apparenza. Ivàn Il'ìč muore per una tenda: è una metafora crudele e perfetta della sua esistenza, interamente spesa a inseguire il decoro esteriore, a costruire una facciata che nasconde il vuoto.
La morte come assenza di vita
«Che cos'è questo? Possibile che sia davvero la morte?» si chiede Ivàn Il'ìč, nella solitudine della sua stanza. E la voce interiore risponde: «Sì, è vero». Ma la morte, in questo racconto, non è solo l'evento biologico che pone fine all'esistenza. È qualcosa di più profondo e di più inquietante: è l'assenza di vita che accompagna l'esistenza di Ivàn Il'ìč fin dal principio. La malattia, paradossalmente, è una benedizione: è ciò che costringe il protagonista a guardare in faccia la verità, a porsi la domanda che aveva sempre evitato. «Forse non ho vissuto nel modo giusto?» si chiede, e questa domanda, per quanto respinta, per quanto insopportabile, è l'unica domanda che conti.
Geràsim: l'unico uomo vivo
In questo panorama desolato, c'è un'unica figura che si salva: Geràsim, il mužik addetto alla dispensa, il contadino che assiste Ivàn Il'ìč nelle sue necessità più umilianti. Geràsim è l'unico che non mente, l'unico che non recita, l'unico che prova compassione autentica. «Moriremo tutti. Perché non darsi da fare?» dice, e in questa frase semplice, priva di retorica, c'è più umanità che in tutte le conversazioni salottiere degli amici di Ivàn Il'ìč.
Geràsim non ha ricevuto l'«educazione» borghese, non conosce le convenienze, non sa nascondere i suoi sentimenti dietro una maschera di decoro. Ed è proprio per questo che è libero. È libero di essere sé stesso, di provare pietà, di prendersi cura di un uomo che sta morendo senza pretendere nulla in cambio. La sua bontà non è un dovere sociale, non è una forma di cortesia: è un impulso naturale, una risposta autentica alla sofferenza altrui. Ivàn Il'ìč, che aveva passato tutta la vita a cercare l'approvazione delle persone «altolocate», trova conforto solo presso un uomo che, secondo i criteri della sua classe, non vale nulla.
Un classico senza tempo
La morte di Ivàn Il'ìč è uno dei racconti più letti e amati di Tolstoj, un'opera che continua a parlare a generazioni di lettori di ogni paese e di ogni epoca. La sua forza sta nella capacità di coniugare la precisione del dettaglio realistico con la profondità della riflessione morale, la descrizione minuziosa della società russa di fine Ottocento con l'universalità delle domande che pone. Non è un caso che molti scrittori e filosofi — da Heidegger a Wittgenstein, da Nabokov a Čechov — abbiano visto in questo racconto un punto di riferimento imprescindibile.
Questa nuova traduzione di Bruno Osimo, condotta sull'originale russo con traslitterazione ISO 9, restituisce la potenza e la precisione di una delle più grandi pagine della letteratura mondiale. Il testo è accompagnato da una nota sulla traslitterazione dei nomi russi, che consente al lettore di orientarsi nella complessa onomastica dell'opera, e da un apparato di note che chiarisce i riferimenti storici e culturali.
Perché leggerlo
Perché La morte di Ivàn Il'ìč non è un libro sulla morte. È un libro sulla vita. È un libro che ci riguarda tutti, che ci costringe a guardare dentro noi stessi, a porci le domande che rimandiamo da una vita. È un libro che, come tutte le grandi opere, non smette mai di interrogare chi lo legge. E, forse, di cambiarlo.
Lev Tolstój (1828-1910) è considerato uno dei più grandi romanzieri di tutti i tempi. Autore di Guerra e pace e Anna Karenina, dopo la crisi spirituale degli anni Settanta dell'Ottocento si dedicò a una produzione più breve e intensa, di cui La morte di Ivàn Il'ìč è uno dei vertici. La sua influenza sulla letteratura e sul pensiero del Novecento è incalcolabile.
Bruno Osimo è traduttore dal russo e dall'inglese, autore di numerosi saggi sulla teoria della traduzione e curatore di edizioni di classici della letteratura mondiale.
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Altre informazioni:

ISBN:
9791282653596
Formato:
ebook
Editore:
Bruno Osimo
Anno di pubblicazione:
2026
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436 KB
Protezione:
watermark
Lingua:
Italiano
Autori:
Lev Tolstój